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lunedì 30 ottobre 2017

Il Cobra e il cane nero

Dopo mesi ecco un altro sogno interessante. 

Ero in ufficio, c'era parecchio da fare, eravamo molto tese per le scadenze imminenti. La mia collega più"anziana" mi lasciava dei foglietti da compilare per un cliente che doveva chiedere un'autorizzazione al Tribunale attraverso la presentazione in Comune di nuovi micro-moduli. Io scleravo lamentandomi delle fatture e altre scadenze che avevo, in preda ad una crisi isterica (normale amministrazione). Ero infuriata, già dovevo collegarmi da casa per sveltire le pratiche...


Si respirava una brutta aria, eravamo tutte nervose, la collega più giovane non diceva nulla, il capo spazientito. Prendevo i documenti e iniziavo a compilare...ad un certo punto andavo a controllare una teca di dimensioni normali, piena di piantine verdi e con dell'acqua. 


Era del cliente. 


Vedevo qualcosa strisciare, un piccolo serpente forse...no. Era qualcosa di peggio. Era un Cobra. La sua testa iniziava a ingrandirsi e cercava di uscire. Prendevo la teca con le mani, gridando alle mie colleghe di stare lontane, riferivo al capo quanto stava accadendo ma il tempo stringeva. 

Giù di corsa, per le scale, con questa cosa strana e il serpente che mi minacciava. Non so come arrivavo in Tribunale, una struttura vecchia, in legno, con tante scale che sembravano un labirinto di Escher, non ero nemmeno a Rapallo. Trovavo un cane nero, di medie dimensioni (più grande di Giotto). 
Senza pensarci troppo agguantavo il Cobra e lo davo in pasto al cane....Il cane aveva già mangiato un altro serpente, lo vedevo dalla pancia, che era gonfia. Ora anche il suo stomaco era così e il Cobra non era ancora morto. 

Mi prendeva il forte senso di colpa, per il cane più che altro perché il serpente voleva uccidermi. Cosi giravo per il Tribunale con il cane nero cercando una soluzione, sperando che non morisse a causa mia, per il morso del Cobra e dell'altro serpente. 


Chissà dove lo aveva trovato...povero cane nero con i due serpenti dentro.

sabato 29 luglio 2017

Il cadavere in chiesa

Ho fatto ancora tanti sogni ma nessuno particolarmente interessante, tranne questo, questa notte.

Ero in chiesa, in centro, c'erano le prove di canto e io mi trovavo con F. per ripassare la parte dei contralti.
La chiesa era buia, rischiarata appena dalla luce delle candele (elettriche o di cera), camminando lungo la navata centrale mi accorgevo che alla mia destra, in una delle cappelle dedicate ai Santi, c'era il corpo di una donna, disteso su un piano.
Era un cadavere in fase iniziale di decomposizione, lo notavo dalle necrosi ai piedi.
Non era dentro una bara, solo deposta su un sudario bianco e circondata da fiori.
Mi dicevano che era una zia della moglie di mio padre, morta di colpo, lasciava una grande vuoto e poco per volta arrivava gente a portare l'estremo saluto.
Mi avvicinavo, guardavo i piedi, il giallo-violaceo visibile tra le dita, le unghie annerite, la pelle di uno strano colore, ma non sentivo cattivo odore.
Mi dispiaceva anche se non la conoscevo, dicevano che viveva con le sorelle, era però una donna solitaria e tranquilla, non aveva mai fatto torto a nessuno...passava il tempo, la moglie di mio padre mi evitava, così lui e io facevo altrettanto, in una situazione simile non mi andava di creare disagio, per rispetto della defunta.
Poco per volta la gente usciva la sciandola sola.
Anche F. andava via e rimanevo con la donna, in silenzio.
La donna si risvegliava, tornando dall'oltretomba, poco per volta riprendeva colore e si metteva a sedere, disorientata, non capiva dov'era, cos'era accaduto.
La rassicuravo, mi sorrideva.
Immediatamente cercavo un telefono per potermi mettere in contatto con mio padre e comunicargli il miracolo, se miracolo si trattava, non capivo nemmeno io cosa fosse accaduto.
Ero certissima che fosse morta, i dottori avevano controllato i battiti, tutto faceva pensare senza ombra di dubbio che fosse dipartita.
Eppure era tornata.
I suoi occhi pieni di vita, il suo sorriso gioioso.

La gente faceva festa mentre lei tornava alla sua vecchia casa, tra le sue mura, con le sorelle.


martedì 16 maggio 2017

Il paese di fango

Il sogno l'ho fatto l'altro ieri ma mi gira ancora in testa.
Come sempre era di notte, riuscivo a vedere intorno a me grazie a dei lumicini accesi attaccati in prossimità delle case, diroccate, costruite in legno.
La particolarità di queste costruzioni era che si trovavano tutti su un ripido pendio e venivano incastrate dentro il suolo in verticale.
Erano come sommerse per metà dal fango che in seguito si era solidificato.
Era il modo utilizzato per sostenere la struttura, dentro, gli abitanti, scavano gallerie, come i mintaori di un tempo.
Da fuori si vedeva questo ammasso claustrofobico di case e casette, una sopra l'altra, senza strade, e poi terra, terra a non finire.
Per camminare intorno a queste abitazioni si usavano dei strettissimi viottoli, anch'essi costruiti sul pendio.
Ci si arrangiava, un po' come fanno le capre sulle rocce...
C'era un'atmosfera così decadente.
Incontravi gente che saliva, scendeva, con notevole difficoltà, perché per passare doveva aggrapparsi o alla casa, oppure alle radici che uscivano dalla terra.
Un sogno davvero singolare...